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ANDREA NACCIARRITI di Rosalba Paiano
In una intervista divertente Andrea Nacciarriti racconta che fin da piccolo ha tentato di sfuggire al ruolo di "artista" che precocemente le maestre d'asilo tentavano di affibbiargli solo perché disegnava il collo alle figurine che fanno tutti i bambini, prima evitando l'Istituto d'Arte per frequentare invece l'Istituto per geometri, poi iscrivendosi al Dams.... In realtà ha finito naturalmente per fare l'artista anche se ha ceduto con l'onore delle armi, tenendo fede alla sua iniziale ripulsa, rifiutando cioè quel che di troppo privato e avulso dalla vita gli sembrava fosse insito nella pratica tradizionale che nasce e si realizza nel chiuso di uno studio in vista della collocazione delle opere in una galleria o in un museo.
I suoi interessi, i suoi studi lo portavano invece verso l'architettura intesa in una accezione ampia che prende dentro la dimensione antropologica, sociale, politica.
I suoi lavori nascono sempre in stretta relazione con un determinato contesto, sono dialettici rispetto ad un luogo e alle realtà in esso presenti ,modificano lo spazio attraverso interventi e segni che lo qualificano profondamente, mantenendosi lontani dall'idea pur nobile di decorazione e ancora di più da quella di arredo.
C'è una brutta parola - animalisti - che definisce coloro che sono animati dalla volontà di liberare gli animali in gabbia. Non diversamente Nacciarriti vive appassionatamente la determinazione e il sogno di liberare lo spazio architettonico dai suoi confini fisici, dai pregiudizi psicologici e conoscitivi che ad esso si accompagnano, di scoprire dimensioni nascoste, più libere o più raccolte, impreviste.
Nacciarriti condivide la critica ad una male intesa autonomia dell'arte che sottovaluta la dipendenza del fenomeno artistico dal mercato, dalla moda, dal museo, dall'intero "sistema dell'arte", senza contare che rappresenta una modalità del fare relativamente recente rispetto ad una storia millenaria. "Lavorare con il luogo è un fatto assolutamente classico" dice Daniel Buren "è un ritorno a qualcosa che si trova nei fondamenti dell'arte".
Ma il nodo nevralgico della sua poetica - in contrasto con alcune delle scelte della Pubblic Art , che caricano il fenomeno artistico di una valenza anche pratica - consiste nella presa di posizione contro l'architettura che non tiene conto di alcune esigenze fondamentali, contro la concezione di spazio costruito come si è andata manifestando nella modernità, in chiave tutta economica e funzionalistica.
E' un tema oggi centrale, che interessa ambiti diversi, dall'antropologia all'estetica, dal quale non a caso è nata tutta la riflessione sul postmoderno.
Nacciarriti si ribella contro la funzionalità stretta, costrittiva che tutto misura, calcola, predispone, contro l'idea di spazio che, secondo Heidegger, "in misura crescente, provoca l'uomo moderno, con ostinazione sempre maggiore, ad instaurarvi il suo pieno dominio". E usa, per scardinare questa abitudine percettiva, gli stessi codici dell'architettura, rivendicando insieme l'importanza e la non funzionalità della visione artistica. Approfitta di un vuoto anche momentaneo dell'ambiente, della perdita provvisoria di funzionalità di un elemento per aprire un varco, per insinuarsi in modo parassitario e rimetterne in gioco il senso complessivo , tirando fuori potenzialità inespresse, latenti. Sono interventi effimeri,che in qualche modo ripetono le continue trasformazioni dell'ambiente,che solo apparentemente rimane sempre lo stesso; ogni volta diversi perchè prendono la loro ragione d'essere da una situazione particolare , si avvalgono di materiali e procedimenti sempre differenti. Ma tutti hanno una caratteristica comune: in essi non vi è traccia della fatica della costruzione, della ricerca o dell'aggiustamento dei materiali, sembrano la realizzazione immediata, istantanea di una visione.
Talvolta invertire la direzione percettiva provoca cambiamenti insospettabili, come nel caso della lunga linea luminosa che taglia trasversalmente, da porta a porta, il campo di calcio Sinigaglia, a Como. Netta, pulita, emozionante, crea un luogo totalmente " altro" e insieme, in un disorientamento improvviso, ci fa vedere il calcio come per la prima volta:gli spalti affollati , una gigantesca architettura umana che per 90 minuti è attraversata rapidamente da una quantità di emozioni diverse che si concentrano su quel rettangolo di prato, amore, ostilità, entusiasmo, delusione, euforia.
Altre volte le sue geometriche astrazioni rimodellano lo spazio interno di una stanza. Alla galleria G7 un grande ambiente chiuso, senza aperture, diventa un labirinto ordinato,scandito da vele chiare, leggere. i cui varchi sembrano proseguire all'infinito. In Sospensioni 2 ,in contrasto con il pavimento spigoloso le aste incurvate, trasparenti, ottengono uno spazio morbido che riflette la luce.
I suoi lavori,che hanno a che fare con il nitore assoluto della geometria, con l'accoglienza e il raccoglimento,con l'energia, non hanno evidentemente nessuna funzione precisa, ma rompendo delle costrizioni, vincendo l'automatismo della percezione, fanno immaginare altri modi di vivere, di pensare, di stare insieme.
In quest'ultimo intervento a Castel S. Pietro ha isolato la base dei merli che si elevano dal parapetto delle antiche fortificazioni,fasciandola con una pellicola adesiva. All'imbrunire, quando il cielo si sbianca, le cime sembrano staccate dall'edificio e svettano libere a disegnare una impertinente punteggiatura.
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